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SCUOLA E WEB – LA SEGRETERIA ON-LINE

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A cura del Rag. Pino Durante (Assistente Amministrativo) – Portale di informazione Normativa sul mondo della Scuola e sull'amministrazione delle Istituzioni Scolastiche

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 Flcgil – 25/10/2023 – Contratto: non a tutti i dipendenti pubblici il “pacco di natale” del Governo

Posted on 25 Ottobre 202325 Ottobre 2023 By admin

   Flcgil – 25/10/2023 – Contratto: non a tutti i dipendenti pubblici il “pacco di natale” del Governo

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L’anticipazione a dicembre dell’aumento dell’indennità di vacanza contrattuale spettante per il 2024 riguarderà il personale a tempo indeterminato della scuola e dell’AFAM. Nessun obbligo per università ed enti di ricerca che potranno anche decidere di erogare l’aumento mensilmente dal mese di gennaio 2024

Con il Decreto Legge 145/2023 entrato in vigore il 19 ottobre, il Governo ha stabilito un incremento dell’indennità di vacanza contrattuale per l’anno 2024 pari a 6,7 volte quella prevista per il 2023, equivalente ad un incremento mensile di circa 70 euro lordi. Il DL ha stabilito inoltre che tale incremento relativo alle mensilità dell’anno 2024 verrà erogato dalle amministrazioni statali, esclusivamente per i lavoratori a tempo indeterminato, in un’unica trance a dicembre 2023, mentre le altre amministrazioni pubbliche non statali potranno decidere autonomamente se disporre l’anticipazione in un’unica soluzione a dicembre 2023 oppure procedere alla normale erogazione mensile del nuovo valore dell’IVC, a partire dal mese di gennaio 2024.
Nell’ambito dei settori pubblici della conoscenza, i settori scuola e AFAM sono amministrazioni statali e quindi il personale di ruolo avrà certamente l’anticipazione a dicembre, cosa invece non certa per il restante personale del comparto, dove ciò dipenderà da ogni singola università o ente di ricerca.

A riguardo proporremo alle altre organizzazioni sindacali una nota da inviare alle università e agli enti di ricerca per chiedere l’anticipo dell’erogazione dell’IVC così da determinare lo stesso trattamento per i lavoratori che fanno riferimento al CCNL “Istruzione e Ricerca”. 

Rimane comunque il fatto che stante le cifre illustrate dal governo, saranno 5 i miliardi stanziati dal 2024 per il rinnovo del CCNL (comprensivi dei 2 miliardi utilizzati per l’anticipazione della IVC) a cui andranno aggiunti i 500 milioni di euro previsti a regime nella legge di bilancio 2022 mentre, come noto, non si potrà aggiungere nulla relativo al 2023, perché non un euro è stato stanziato per il rinnovo del contratto nella prima legge di bilancio varata dal governo Meloni.

Ciò in buona sostanza significa che al momento del rinnovo del CCNL 2022-2024 non verranno erogati arretrati per gli anni 2022 e 2023 e che l’aumento delle retribuzioni dal 2024 sarà di un po’ meno del 6%, quindi circa un 1/3 dell’inflazione prevista nel triennio. Ciò determinerà una diminuzione sensibile del potere d’acquisto delle retribuzioni, come se non già bastasse il triste record a livello internazionale: l’Italia è l’unico paese in Europa dove il potere d’acquisto delle retribuzioni nel periodo 1990-2020 ha registrato un valore negativo (-2,9) ed è anche l’unico paese tra i 38 paesi OCSE ad avere questo dato, a fronte di un incremento medio del potere di acquisto dei paesi OCSE del +33,1%.

Potere acquisto retribuzioni 1990-2020

Inoltre, come si può vedere dai dati forniti dall’ISTAT ed elaborati dall’ARAN, in questo contesto fortemente negativo per le retribuzione del nostro paese, le retribuzioni dei lavoratori pubblici sono particolarmente penalizzate, nonostante il rinnovo contrattuale del 2019-2021 abbia determinato incrementi superiori all’inflazione del triennio di riferimento.

Confronto retribuzioni inflazione

Fatti i conti, dunque, si tratta in ogni caso di un pacco avvelenato, di una operazione di marketing con la quale il governo tenta di mascherare la clamorosa insufficienza di risorse necessarie a tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori pubblici.

I soldi non ci sono, dicono…

La mancanza di fondi per i rinnovi dei contratti di lavoro, come per il finanziamento delle attività pubblici (sanità, scuola, università, ricerca, ecc..) è un dato storico, ricorrente: è forse colpa del destino cinico e baro che colpisce il nostro paese oppure è il risultato di politiche sbagliate?

È del tutto evidente il fatto che chi più chi meno i governi che si sono succeduti nel corso degli anni non hanno inteso intervenire su alcuni nodi strutturali della nostra economia, per cui ad un certo punto si guarda e si è guardato molto più a rimodulare e a tagliare le uscite piuttosto che far aumentare le entrate.

Prendiamo ad esempio la grande emergenza nazionale della diffusione abnorme dell’evasione fiscale! Che sia una emergenza lo certificano a riguardo moltissimi studi di istituzioni nazionali e internazionali e tutti delineano lo stesso scenario, come quello, ad esempio, descritto dallo studio del 2019 “The European Tax Gap” che ha riguardato i dati economici del 2015 dei Paesi dell’Unione Europea e dove è emerso che, se l’Italia avesse il livello di evasione fiscale uguale alla media dell’evasione dei paesi dell’UE, ci sarebbero maggiori entrate per circa 100 miliardi di euro all’anno.

Nonostante questi dati siano ben noti, evidentemente per calcolo politico, chi più chi meno, i governi hanno fatto buon viso a cattivo gioco nei confronti della potente e molto numerosa lobby degli evasori fiscali e questo ultimo governo non fa eccezione, anzi si è subito distinto, visto che i primi due provvedimenti adottati appena insediato sono stati:

  • alzare da 2.000 euro a 5.000 euro le transazioni economiche in contanti, quando il buon senso, oltre che le numerose raccomandazioni di diverse istituzioni, compreso la Commissione europea e la Banca d’Italia, indicano proprio nella diminuzione del contante circolante uno degli strumenti più efficaci per combattere l’evasione fiscale nel nostro Paese, in particolare quella dovuta all’omessa fatturazione;
  • aumentore la platea dei lavoratori autonomi che possono usufruire della flat tax al 15%, prima istituita fino a 30.000 euro di ricavi, poi portata a 65.000 e ora dal 2023 estesa fino a 85.000. Una significativa riduzione delle tasse, che vale migliaia di euro, che amplifica l’iniquità della differente tassazione rispetto al lavoro dipendente, situazione che certamente non viene a modificarsi dalla prevista riduzione da 4 a 3 aliquote IRPEF nel 2024, che produrranno, nella migliore delle ipotesi, 22 euro mensili di risparmio.

Noi non ci rassegniamo a questo stato di cose, continueremo la nostra battaglia sindacale, a cominciare dal promuovere una mobilitazione generale al fine di modificare i provvedimenti della prossima legge di bilancio che mortificano i lavoratori dei nostri settori.

  • decreto legge 145 del 18 ottobre 2023 misure urgenti in materia economica e fiscale in favore degli enti territoriali a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili
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